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Cosa sono i Minibot e… ne abbiamo realmente bisogno?

29/08/2018

minibot

Passati inizialmente inosservati, i Minibot sono presto saliti agli onori della cronaca guadagnandosi titoli sui principali quotidiani italiani e internazionali, scatenando polemiche e creando fazioni opposte: da un lato chi li osanna come i probabili salvatori della nostra economia, dall’altra chi li critica giudicandoli un enorme pericolo per l’Italia e l’Europa intera. Ma cosa sono i Minibot? E a cosa servono? E soprattutto, ne avevamo realmente bisogno?

 

Partiamo con una doverosa precisazione: i Minibot non esistono. O perlomeno non ancora. Al momento si tratta di una delle proposte presenti nel contratto di governo stipulato da Lega e Movimento 5 Stelle. Tuttavia il solo prospettarne l’ipotesi stato sufficiente per generare un polverone mediatico.

Per capire qualcosa in più sulla polemica conviene prima fare chiarezza su cosa sono esattamente i Minibot.

Cosa sono i Minibot (e i Titoli di Stato in generale)

Ideati dall’economista Claudio Borghi, tecnicamente i Minibot sono dei Titoli di Stato di piccolo taglio che dovrebbero servire per ripagare i debiti della Pubblica Amministrazione. Ma forse questa definizione non è ancora sufficiente e può essere utile fare un ulteriore passo indietro.

Sapete cosa sono i Titoli di Stato? In parole povere si tratta del principale sistema che gli Stati hanno per procurarsi liquidità, indebitandosi. Vengono emessi periodicamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze per conto dello Stato e possono essere acquistati da banche o intermediari finanziari. Le banche comprano i titoli, lo stato riceve i soldi nell’immediato in cambio della promessa di restituirli, a scadenza, maggiorati di un tasso d’interesse.

Questi titoli hanno tagli diversi e differenti scadenze. La scadenze li distingue in:

  • Bot (fino a un anno)
  • Btp (dai 4 agli 8 anni)
  • altri prodotti a un determinato tasso d’interesse.

Più un Paese è considerato solido e stabile, più l’investimento è considerato sicuro, più il tasso di interesse è basso. Viceversa più un paese è considerato instabile, più l’interesse è alto.

Gli stati utilizzano in genere questo strumento per coprire il proprio debito sovrano. Non è stato sempre così. In Italia ad esempio, fino al 1981 il Ministero del Tesoro poteva stampare direttamente moneta nella misura che riteneva necessaria.

Poi, con lo storico divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, lo Stato ha iniziato a cercare sul Mercato i soldi necessari a coprire il proprio debito. Successivamente, con l’avvento della moneta unica nel 2002, questo meccanismo si è ulteriormente rafforzato attraverso la Bce, ovvero l’unico istituto che può autorizzare l’emissione di nuova moneta.

Con le idee un po’ più chiare sui Titoli di Stato, possiamo adesso tornare ai Minibot. Come dicevamo, sono – o meglio dovrebbero essere – dei Titoli di Stato a scadenza breve (Bot) e di piccolo taglio (fra i 5€ e i 100€): da qui il nome Minibot.

Alcune loro particolarità li distinguerebbero dai classici Bot:

  • sarebbero utilizzabili dalle Pubbliche Amministrazioni per pagare i propri debiti;
  • sarebbero privi di interessi;
  • i portatori potrebbero a loro volta utilizzarli per pagare le tasse e anche come strumento di pagamento verso altre imprese, banche e dipendenti.

Proprio fra queste caratteristiche si annida il pomo della discordia, l’elemento che divide pubblico ed esperti in detrattori e sostenitori del nuovo strumento.

Perché i Minibot hanno suscitato polemica?

Una “quasi moneta parallela”. Così li ha definiti il Financial Times in un editoriale incendiario [link ad articolo] e proprio questa è la caratteristica che infiamma il dibattito. Ma perché i Minibot sarebbero una moneta alternativa all’Euro?

Per definizione una moneta è un mezzo di scambio e compravendita dal valore stabilito per convenzione. In effetti i Minibot hanno tutte le caratteristiche della moneta:

  • valore stabilito: avrebbero un valore stabilito convenzionalmente dallo stato, con tagli differenti;
  • mezzo di scambio: potrebbero essere usati da chi li riceve come mezzo di scambio per pagare altri beni o servizi.

Tuttavia avrebbero alcune limitazioni:

  • non sarebbero a corso forzoso (nessuno sarebbe costretto ad accettarli come modalità di pagamento, a differenza delle valute tradizionali come l’euro);
  • circolerebbero solo in determinati circuiti: le PA li userebbero per pagare i propri debiti verso privati e i privati li userebbero come anticipo delle tasse o per pagare dipendenti, altre imprese, banche, ecc.

Ricordate quando prima dicevamo che dal 1981 lo Stato non può più coprire il proprio debito stampando direttamente moneta? Ecco, con questa misura, in parte, tornerebbe a farlo.

Con i Minibot l’Italia si renderebbe più indipendente rispetto alle politiche monetarie comunitarie decise dalla Bce e potrebbe decidere autonomamente come e quando rifinanziare il proprio debito interno. Solo che questa cosa non si può più fare. Infatti secondo l’articolo 106 del Trattato di Lisbona nella zona euro solo la Banca Centrale Europea può decidere la politica monetaria dei Paesi membri e autorizzare l’emissione di nuova moneta.

Ed ecco spiegato perché i Minibot sono finiti al centro del dibattito: per i fautori sarebbero una potente leva di sviluppo economico, che garantirebbe alle Pubbliche Amministrazioni e alle imprese di risanare i propri bilanci e dunque – nel caso di queste ultime – di effettuare investimenti.

Per i detrattori invece sarebbero una moneta parallela vera e propria che, violando i trattati europei, porterebbe all’esclusione dell’Italia dalla zona euro. Secondo il Financial Times “Se fossero introdotti su larga scala, le pressioni politiche con il tempo forzerebbero o l’Italia o la Germania fuori dall’euro. Inoltre secondo alcuni analisti finirebbero per aumentare anche le differenze interne al nostro Paese, favorendo le industrie del Nord Italia ed i lavoratori specializzati e penalizzando pensionati e impiegati statali, soprattutto nel Sud Italia.

Il governo si è affrettato a negare che i Minibot siano una moneta complementare, cercando di tranquillizzare gli interlocutori europei, anche se con scarso successo. Dunque, in attesa di capire se la proposta contenuta nel contratto tra Lega e M5s sarà realmente fra le priorità del Governo, il dibattito resta acceso.

Ciò che però quasi nessuno si è chiesto è: esistono altri strumenti per realizzare gli obiettivi di risanamento di bilancio che si prefiggono i Minibot?

Abbiamo realmente bisogno dei Minibot?

Tralasciamo per un attimo l’aspetto delle Pubbliche Amministrazioni e concentriamoci sul punto di vista delle imprese. Se l’intento del governo è, come dichiarato, rimettere in sesto i bilanci delle imprese creditrici e rilanciare la crescita economica e se i Minibot non vogliono essere una moneta parallela, allora probabilmente non ce n’è realmente bisogno.

Per svolgere questa funzione sono più che sufficienti strumenti che esistono già e che in pochi conoscono. Non tutti, ad esempio, sanno dell’esistenza di prodotti come la Cessione di credito Pro Soluto o Pro Solvendo, che rappresentano oggi una delle soluzioni più efficaci, veloci ed economiche per risanare i bilanci aziendali grazie al recupero di liquidità che si ottiene vendendo i propri crediti verso la Pubblica Amministrazione.

Tecnicamente si parla di Pro soluto quando il cedente non deve rispondere dell’eventuale inadempienza (solvibilità) del debitore e di Pro solvendo quando invece il cedente risponde dell’eventuale inadempienza. Approfondiremo la differenza tra le due tipologie di cessione crediti nel prossimo articolo.

In Italia, grazie all’introduzione della Piattaforma dei Crediti Commerciali, è stata uniformata la modalità con cui le pubbliche amministrazioni certificano che i crediti siano certi, liquidi ed esigibili.

La certificazione consente di cedere i crediti pro soluto a condizioni estremamente vantaggiose o eventualmente di portare i crediti in compensazione con eventuali oneri tributari.

E’ chiaro quindi che esiste già uno strumento estremamente efficiente a supporto delle imprese e che – piuttosto che crearne uno nuovo, poco efficiente e soggetto a diversi paletti – sarebbe opportuno rendere la certificazione del credito ancora più efficiente. Ad esempio emettendo elettronicamente tutte le fatture verso la pubblica amministrazione, sarebbe possibile semplificare l’iter di certificazione dei crediti fino a renderlo totalmente automatizzato.

Per il momento è utile sapere che se la vostra impresa ha un credito verso una PA non è necessario attendere l’eventuale introduzione dei tanto discussi Minibot perché in realtà è già possibile ottenere liquidità immediata vendendo il proprio credito attraverso gli strumenti del pro soluto e del pro solvendo.

Vuoi saperne di più? Contattaci.




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